ho rivisto Giada. Parte 1

Ci siamo incontrate nel bel mezzo della hall del New Europa Hotel. Io ero appena arrivata in città per un congresso di architetti, lei stava appunto partendo dopo aver assistito a una tre giorni dell’associazione nazionale fisioterapeuti.
Il tutto è durato una manciata di secondi, forse un minuto, due, o poco più, il tempo di un : “Ciao che ci fai qua?” un “ti vedo
bene…” e le solite frasi di rito tra due persone che non si vedono più da dieci anni.
Ma in quella nostra stretta
di mano, in quel nostro incrocio di sguardi, c’era tutta la sincera contentezza di essersi ritrovate, seguito dall’amara
consapevolezza che quel nostro incontro sarebbe durato poco, neanche il tempo di un caffè, visto che fuori ad aspettare
Giada c’era già un taxi con il portellone del portabagagli alzato e il motore ancora acceso.
E’ durato poco quel nostro
incontro, ma quel poco è bastato per far riemergere dal fondale dei miei ricordi, quei bei spensierati tempi passati, quando
io e lei eravamo solo due giovani spensierate ragazze, con la voglia di divertirsi, di ridere scherzare … insomma di vivere.
E
così, salendo in ascensore al terzo piano del New Europa Hotel, puntando verso la camera duecentoventotto, mi sono ritrovata
nel rivivere mentalmente quei bei spensierati tempi passati.
Avevo tante amiche, tante ragazze che mi volevano bene, che
amavano stare in mia compagnia, ma Giada era speciale.
Lo era lei per me, e io lo ero per lei.
Ci capivamo con uno sguardo,
tra noi non c’erano ne segreti, ne bugie.
Dove andava una, andava pure l’altra.
Il problema, la paura, la felicità
di una, era anche dell’altra.
Proprio l’altro giorno, ironia della sorte, mettendo a posto vecchi album fotografici,
mi è passata per le mani una foto fatta insieme a lei, dentro una di quelle macchinette automatiche, durante una settimana
bianca con la scuola in Trentino.
Dopo i cinque anni trascorsi insieme al liceo, nella stessa sezione, la mitica F, abbiamo
scelto due strade differenti. Io architettura, lei medicina, ma grazie a dio le nostre facoltà erano nella stessa medesima
città, e così io e Giada fino al conseguimento della laurea ci siamo ritrovate a condividere un piccolo appartamentino,
in un condominio affittato dal primo all’ultimo piano a studenti e giovani assistenti di laboratorio.
Per la prima volta
ci siamo ritrovate tutte e due fuori di casa, in una casa tutta nostra, con sì la consapevolezza che davanti a noi ci aspettavano
tempi di duro studio, ma anche di totale e irrefrenabile libertà.
Ieri ho rivisto Giada, e quel nostro incontro di pochi
secondi, un minuto, due, o poco più, mi ha fatto affogare letteralmente nel mare dei ricordi …
Sono quei momenti in cui
pur ritrovandoti nella presente realtà, grazie alla forza dell’immaginazione alimentata dalle memorie, ci si ritrova a
compiere un vero e proprio viaggio temporale, un po’ come se si salisse a bordo di una macchina del tempo.
Salendo in
ascensore, attraversando il corridoio, entrando nella stanza duecentoventotto e iniziando a sistemare tutte le mie cose,
mi sono ritrovata a rivivere tutti quei momenti, tutti quei giorni, oserei dire quei attimi della mia giovinezza.
Ma quando,
dopo una bella doccia mi sono distesa sul morbido letto, circondata dall’azzurro delle pareti e da quel avvolgente intimo
silenzio, nella mia testa, dalla mia testa, da tutto quel gorgogliare di ricordi, di quei momenti vissuti, mi sono ritrovata
a riproiettarmi mentalmente, senza un perché quei attimi, quelle segrete intime esperienze, quando io e Giada ci ritrovevamo
a vivere quel qualcosa che era un qualcosa in più, un qualcosa al di fuori di una semplice amicizia tra due ragazze.
Non
lo so perché tra i tanti ricordi mi siano ritornate in testa quelle cose lì … quei momenti lì. Nemmeno adesso mi so
dare un perché …
Quei bei tempi passati, spensierati lo erano per davvero.
Io, Giada, ma anche tutti gli altri ragazzi
e ragazze, vivevamo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, con la consapevolezza che quel tempo non sarebbe più tornato, e
che sacrificarlo interamente ai doveri dello studio, voleva dire lasciar passare l’unica primavera che la vita concede
.
Carpe diem … cogli l’attimo … Ora o mai più.
Dovevamo vivere … dovevamo divertirci. Soprattutto divertirci.

E divertimento era anche sesso. Anzi, soprattutto sesso.
Sesso spensierato, sesso irrefrenabile, sesso liberatorio.
Sesso
vissuto ad ogni occasione, con il compagno di corso, di cui non avevi nemmeno chiesto il nome, con il boy incontrato in discoteca,
o il ragazzo della pompa di benzina, oppure quello della consegna pizze.
Rudi scopate dentro il bagno di una discoteca,
nel sgabuzzino di un bar.
Nel retro di un cinema, appoggiata su un vagone del luna park, o addirittura ad un palo della
luce in una strada isolata.
A volte il menage si faceva più comodo, casalingo e riservato … si fa per dire.
Io e Giada
dopo una pizza e due salti in discoteca ci portavamo a casa i due ragazzi, i due boyfriend’s di turno.
Ce li scopavamo…
ce li scambiavamo, senza vergogna, senza tabù.
Perché alla fine era il sesso a rappresentare l’apice di quel nostro
divertimento, di quel nostro vivere in piena la libertà.
Il condominio dove io e Giada abitavamo era abitato dal primo
all’ultimo appartamento da studenti specializzandi e assistenti di laboratorio.
Futuri dottori, architetti, medici, avvocati,
ingegneri, ma se ci salivi le scale, e se ci attraversavi i corridoi il venerdì, o il sabato sera, pareva d’essere in
un squallido bordello di Budapest.
Nei fine settimana, c’era una festa organizzata in due appartamenti su tre.
I vetri
vibravano dalla musica dalle otto di sera fino alle quattro di mattina.
Uscivi dall’ascensore e ti trovavi gente che si
rincorreva nuda per i corridoi e che scopava appoggiata alle pareti.
Se ne facevano di cotte e di crude, e di cotte e di
crude ne abbiamo fatte pure io e Giada.
Al diavolo la nostra reputazione da brave ragazze, al diavolo il rischio di essere
marcate come delle scostumate, delle lolite, o peggio ancora delle puttane.
Noi volevamo divertirci, godere, vivere, e
al diavolo tutto il resto.
Ma in quel momento, mentre ero distesa nuda sul letto della duecentoventotto, circondata dalle
sue pareti azzurro cielo e avvolta dal suo silenzio, i ricordi che mi fluttuavano in testa non erano nemmeno legati a quelle
carnali, selvagge avventure di puro sesso vissute tra giovani studenti.
Ciò che mi stava regalando un piacente brivido
lungo la spina dorsale, aveva sì a che fare con i miei piaceri di donna, ma riguardava in particolare a quei piaceri vissuti
dentro quell’intima sfera che io e la mia più cara intima amica c’eravamo create.
Quella cosa tra noi, quel nostro
segreto, quella nostra sfera d’intimità, era nata, sbocciata, molto tempo prima che andassimo a vivere in quel piccolo
appartamento, in quel condominio di studenti a due passi dalle nostre facoltà.
Di quella nostra prima volta ricordo che
era estate, e che quella sera eravamo appena ritornate da una sagra di paese.
Ero andata in vacanza con lei, in montagna,
ospite di suo zio. Non so come è successo, ricordo solo che ci siamo ritrovate sotto le coperte, una volta rientrate a casa,
e ridevamo e scherzavamo come sempre, e se all’inizio il nostro argomento era stato su tutti quei ragazzi che avevamo visto
pavoneggiarsi davanti a noi alla sagra, poi, senza un perché, forse spinte da un paio di birre che avevamo bevuto per la
prima volta, siamo cadute in tematiche piuttosto boccaccesche, confidandoci a vicenda come vivevamo quei attimi di intimità,
di gioco, vissuti da ogni ragazza, soprattutto in quella fase in cui si sente spinta ad esplorare il proprio corpo, alla
scoperta dei piaceri da mietere. Parlando oscenamente ce ne uscimmo con delle domande del tipo :
“ Ma tu… come ti
tocchi la fighetta?”
Ne sono più che certa che non era intenzione di nessuna delle due, di andare oltre a una chicchierata
boccaccesca tra due adolescenti diciottenni brille, ma all’improvviso del tutto innocentemente ci siamo messe reciprocamente
a toccarci a vicenda quelle nostre intimità.
Ricordo ancora oggi quel brivido intenso al solo tocco dato e ricevuto ….

Poi il resto, tutto il resto, venne da se …
E’ stata Giada la prima a baciarmi.
Tanti uomini mi hanno baciata, ma
nessuno di loro è mai riuscito a trasmettermi con un bacio ciò che con un semplice bacio mi trasmetteva lei. Giada con
quelle sue labbra, con il giocare della sua lingua, mi aveva saputo regalare dei brividi che mi scuotevano fino alla punta
dei piedi.
Era incredibile ciò che sapeva fare …
Io, ogni volta, mi abbandonavo a lei, ritrovandomi in balia della sua
bocca, delle sue labbra, della sua lingua. Mi sollevava le labbra con le sue, poi faceva scorrere fuori la sua lingua iniziando
a massaggiare il mio labbro inferiore, leccandomelo dolcemente, e invitandomi tacitamente a entrare dentro di lei … a far
scorrere la mia lingua sopra la sua, dentro la sua bocca.
Il resto, ciò che ne seguiva, era tutto un gioco, un avvolgente
irrefrenabile gioco di labbra che si catturavano, divorano a vicenda, mentre le nostre lingue dentro le nostre bocche si
scontravano tra di loro, duellavano tra di loro, si spalmavano una sull’altra, quasi come se cercassero di fondersi.
E
Giada non è stata solo la prima a baciarmi, ma è stata la prima ad attaccarsi ai miei capezzoli, a succhiare dai miei seni,
a leccare i miei seni.
E’ stata la prima a toccarmi il sedere, mi faceva impazzire quando mi sculacciava, o quando all’apice
di quella carnale lussuria arrivava ad infilarmi un dito proprio lì, dritto nel mio culetto.
Tecnicamente parlando è stata
lei pure la prima a prendermi, possedermi, farmi donna, insomma a sverginarmi.
Una zucchina tenuta stretta tra i suoi denti, me l’ha infilata dentro lentamente, per poi penetrarsi con l’altra estremità.

————FINE PARTE 1 continua