ho rivisto Giada. Parte 2

Sverginate tutte e due, nello stesso momento, nello stesso medesimo attimo, con la stessa zucchina che fungeva da pene, da membro, da cazzo.  E a dirla tutta,
Giada è stata la prima anche a far strisciare la sua lingua, lungo il mio ventre, dentro la fossetta dell’ombelico riempiendola
di saliva, per poi continuare a scendere, più giù, sempre più giù, e ancora più giù.
L’avevamo visto fare
s’un giornalino porno, e la prima a voler provare a compiere quel lascivo atto a voluto essere lei.
Mio dio, mi son sentita
così sporca, così deviata, quando a cosce spalancate ho visto la chioma riccia di Giada tra le mie cosce e ho percepito
la sua lingua strusciare proprio lì, sulle mie intime labbra, sul mio clitoride, sulla mia bagnata gonfia, giovane fica
pulsante di piacere.
Ricordo che ho chiuso gli occhi, quella sensazione di vergogna e piacere dibatteva il mio corpo, spasimavo.
Godevo,
nel sentir giungere quel dirompente orgasmo, ma soffrivo perché avrei voluto fermarlo, mi vergognavo troppo di giungere
a svuotare quel piacere nella bocca della mia amica.
Ricordo ancora, che all’ultimo istante, quando ero consapevole che
non sarei riuscita a trattenermi, a frenare minimamente ciò che stava sopra giungendo, ho cercato di scostarla da lì,
dal bel mezzo delle mie cosce, ma lei non ha voluto. Al mio gesto ha imposto resistenza rimanendo lì, con la testa ficcata
tra le mie cosce, e le sue labbra avvinghiate alle labbra della mia fica e con la sua lingua che si spingeva dentro di me

Le sono venuta in bocca, non ho potuto farci niente, e quando Giada si è rialzata, si è distesa sopra di me e mi ha
baciato, dalle sue labbra per la prima volta ho assaporato il sapore della mia femminilità.
Ieri ho rivisto Giada.
E venti
minuti dopo averla rivista, me ne stavo distesa sul letto della camera che avevo preso, completamente nuda, con le cosce
spalancate, come se fossi stata sul lettino della mia ginecologa.
La mia mano sinistra si distendeva lungo il mio corpo,
verso il basso, prodigando le dita nel bel mezzo della mia femminilità.
Mi sentivo bagnata ed eccitata come non mai.
Quei
pensieri, quei ricordi nascosti per tutto quel tempo, erano riemersi prepotentemente, catturando la mia mente, impadronendosi
del mio corpo.
Ed io non potevo farci niente, e andavo avanti a masturbarmi come una ragazzina in preda ad una delle sue
tempeste ormonali.
Godevo nel rivivere, anche se solo mentalmente, quelle passate avventure, quando io e Giada ci abbadonevamo
l’una nell’altra, trascinandoci a vicenda dentro un turbine di carnale lussurioso piacere.
Quella nostra intimità,
quella nostra lussuriosa complicità era sbocciata quando ancora eravamo appena diciottenni, senza alcuna esperienza in materia
di sesso, ma continuò ancora e soprattutto anche dopo, quando insieme andammo a vivere in quel condominio studentesco.
Non
riuscivo nemmeno a tenere il conto di quanto sessi, membri, cazzi prendevo sul giro di una settimana. Ed erano tutti pezzi
dai venti in su.
Ai poverini che non ci arrivavano alla minima soglia richiesta, toccava beccarsi una risata in faccia e
ritirasi su slip e pantaloni.
Ma alla fine mi facevano godere di più i tre quattro millimetri del clitoride di Giada, che
tutte quelle verghe prese a volte pure a due alla volta.
Mi mandava in ecstasy, quando si distendeva sopra di me, nuda
sul mio corpo nudo, infilandosi tra le mie cosce, e sussurrandomi dolcemente:

“ Ora ti cavalco io…troia !!!”
Poi,
iniziava a muoversi sopra di me, e lo faceva con una tale maestria che io da sotto di lei, la osservavo, oserei dire la contemplavo,
come fosse una Dea.
Sapientemente mi scalpellava il clitoride con il suo. Strisciava le sue labbra quelle della fica, sulle
labbra della mia fica.
A volte si chinava su di me, mi baciava o mi colpiva le labbra con delle fugaci leccate, o giocando
di seno dava il via a una specie di duello tra i suoi e i miei capezzoli.
All’inizio la cosa era puramente dolce, delicata,
armoniosa, poi col scorrere dei secondi e il pompare del piacere iniziava a cavalcarmi nel vero senso della parola.
Giungevamo
a sembrare quasi due carcerate ninfomani, che condividono la stessa cella dopo dieci anni di isolamento.
Se all’inizio
le mie mani si abbandonavano in dolci carezze lungo tutto il profilo della sua schiena, giù fino al suo culetto, poi quel
suo bel culetto lo agguantavo con le unghie aprendolo in due come fosse un’albicocca, per poi selvaggiamente profanarla
con un dito o anche due.
Lei, in risposta, aumentava il ritmo di quel suo cavalcare, e la forza del suo strusciare la sua
femminilità, la sua vagina, passera, fica addosso alla mia, si faceva così rude, che ad un certo punto sentivamo persino
male, visto che nemmeno più i nostri umori bastavano a lubrificarci.
E dalle nostre bocche, quando non erano occupate in
soffocanti baci o riempite da una tetta dell’altra, liberavamo parole, espressioni, frasi sconce degne di scaricatori e
prostitute di porto.
“ Ti piace come ti scopo … troia!!!”
“ Hai la fica rovente …”
“Succhiami le tette …
fammi impazzire!!!”
“Vuoi ancora un dito ? Ancora uno nel tuo bel culetto?”
“ Sei proprio una lurida lesbica …
lo sai?”
“Sono la tua puttana … fammi godere!!!”
“ Ti piace la mia fica eh?”
“ Dimmelo che sono una troia
… dimmelo!!!”
Ieri ho rivisto Giada, e rivederla mi ha fatto esplodere nella testa ciò che mi sussurrava in quei nostri
peccaminosi momenti.
Il copriletto sotto di me era bagnato, mentre con le dita continuavo a darmi piacere. Era una vita
che non mi ritrovato a giocare da sola. Da quando sono sposata con Mirco grazie a dio non ne ho più avuto il bisogno. Ma
ieri, mentre ero presa in quei ricordi, mi sono resa conto che nemmeno mio marito in dieci anni di matrimonio è riuscito
mai a farmi godere come mi faceva godere Giada. Ogni volta, giunte all’apice di quel nostro cavalcare, quando oramai il
piacere più intenso sembrava lì per lì nell’esploderci dentro, cambiavamo posizione e ne assumevamo una che hai miei
occhi pareva pure un po’ buffa.
Giada l’aveva battezza il fica-fica, e il nome calzava a pennello.
In pratica ci posizionavamo
una di fronte all’altra e a cosce spalancate ci incrociavamo, sbattendoci reciprocamente il nostro sesso.
Le nostre patatine
si ritrovavano congiunte, sbattute una sull’altra, e subito dopo davamo al via a dei impulsivi movimenti pelvici, strofinandoci
con forza, e dando via a una quasi selvaggia danza dal sapore tribale. Sembra quasi a tratti una lotta, come se le nostre
due fighette fossero state due bestioline selvagge che si affrontavano, tentando di divorarsi a vicenda.
Il piacere che
provavo, anzi che provavamo era un qualcosa di indescrivibile.
Non vi sono termini così profondi, così intensi, capaci
di cogliere, racchiudere appunto l’intensità di quel turbinoso vortice di piacere in cui i nostri sensi venivano risucchiati.
Quasi,
quasi, ci dispiaceva l’arrivo dell’orgasmo, il compimento definitivo di quel nostro coito, perché infondo significava
il dover sciogliersi, staccarsi l’una dall’altra. Mi dio quando ho goduto, quante volte ho goduto, incrociata a Giada,
con la mia fica che si sbatteva, si strofinava sulla sua. Quanti orgasmi ho sentito esplodere dentro di me, nel caldo del
mio ventre, all’apice di quell’incontri dal sapore tribale.
Poi, una volta scemato l’intensità ci lasciavamo cadere
sul letto, distese, senza ancora sciogliersi da quel nostro incrocio di gambe, di cosce, di fiche, e rimanevamo lì, in silenzio,
a guardare il soffitto e ad ascoltare ognuna il respiro dell’altra.
Era come se quei sospiri che ci gonfiavano il seno,
velassero parole di reciproca gratitudine, per il reciproco piacere dato.
Comunque, ogni volta, la cosa non finiva lì.
Dopo
aver ripreso fiato, ci rialzavamo, e dopo qualche bacio e qualche carezza, ci abbandonavamo in quella che è la posizione
più dolce, lasciva, erotica e travolgente in assoluto.
Era sempre lei, a voler stare sopra, in quei nostri sessantanove
saffici, e a me non dispiaceva affatto.
Ogni volta mi godevo il spettacolo della sua femminilità aperta, spalancata a pochi
millimetri dal mio naso. Quel suo culo, sodo, caldo, reso lucido dai sudori, dai umori, che amavo accarezzare, sculacciare,
a volte pure dolcemente graffiare, mentre la mia lingua spennellava in un su e giù l’interno delle sue cosce, per poi
finire ogni volta con l’arare la carnalità delle gonfie labbra della sua fica.
E mentre io leccavo, assaporavo, mi sfamavo
di lei, lei, Giada, leccava, assaporava e si sfamava di me. China, con la sua testa riccioluta infilata tra le mie cosce.

E così ogni volta finivamo così, una sopra l’altra a sbatterci in faccia le nostre femminilità, ad assaporare il frutto
dei nostri peccaminosi piaceri.
Ieri ho rivisto Giada … per poi finire distesa sul letto a masturbarmi come una ragazzina,
in balia di quei ricordi, di quei lascivi momenti, e ora, la voglia di rincontrarla, si fa sempre più insistente dentro
di me …
Quasi quasi la chiamo … in testa mi stanno passando idee, pensieri, desideri, che mi vergogno a confessare
persino a me stessa.