la fata di ferro. Parte 2

Mentre si dava una controllata davanti allo specchio ovale, incassato nell’intonaco e circondato da una cornice anche essa in ceramica, Franca
divenne più confidenziale nei toni e raccontò rapidamente le sue ultime peripezie
all’amica.
Era un momento di sbandamento totale suo marito, il padre di Nicòle, era stato
trasferito in fretta da una città  all’altra.
La stessa Franca, per fortuna, aveva trovato impiego grazie a un collega di lui:
un lavoro da cassiera, anche se spesso le sarebbe toccato svolgere il turno
serale. Ma non si lamentava, dopotutto l’importante era aver trovato un lavoro.
Lui aveva altri due figli, dal primo matrimonio, ma erano grandi anch’essi si erano
trasferiti per necessità , ma presto si sarebbero organizzati per andare a vivere
nella stessa città  dove frequentavano l’università .
Flora la seguiva quieta, sorbendo il tè cercando di non perdersi quelle descrizioni
frettolose
l’amica le aveva accennato qualcosa riguardo a un po di aiuto su cui contava,
ma Flora preferì ascoltare attentamente, per capire dove Franca sarebbe andata
a parare.
In realtà , la mamma di Nicòle, chiedeva che nei pomeriggi in cui lei era al lavoro
o impegnata la ragazza potesse stare da Flora, ma non voleva solo un aiuto
pratico: tutta la famiglia stava attraversando un momento di confusione.
I figli maggiori erano frastornati dal trasferimento ed erano diventanti intrattabili. Il
matrimonio si stava sgretolando a causa di una relazione che il marito aveva con
una collega di lavoro.
La stessa Franca venuta a conoscenza di ciò, da oltre un anno era depressa e
cercava a sua volta qualcosa di diverso da quell’amore coniugale che ormai le
veniva rifiutato.
Vecchi problemi irrisolti del passato si erano insinuati in seno alla sua famiglia ed
ora stavano minando ogni rapporto.
– La piccola è agitata e nervosa continuò la signora Franca e la nostra famiglia è
talmente scombinata, che noi stessi siamo incerti sulle scelte da compiere … – la
fissò. ecco: vorrei affidarti Nicòle per il doposcuola affinchè tu possa insegnarle la
lingua e aiutarla a passare questo momento piuttosto turbolento. Naturalmente
sarai adeguatamente retribuita… è ovvio! Sai non me la sento di affidarla a
un’estranea in un paese che non conosce … per lei sarebbe solo un ulteriore
trauma e francamente vorrei evitarle altro strapazzo.
Flora la interruppe, alzando decisa una mano:
– Alt! Tesoro mio! disse decisa Non è una questione di soldi… figurati … ma ciò
che mi chiedi è di grande responsabilità . Cosa ti fa credere poi che le maioliche
italiane e la cucina in veranda rappresentino il paradiso? la squadrò quasi offesa:
– Anche io ho una mia vita, sai? Il fatto che vivo da sola non vuol dire che non ho
ssuno ma, soprattutto, anche io ho i miei problemi … purtroppo. e il suo viso si
ammantò di una delicata tristezza.
I loro occhi si incrociarono Flora sorrise, vedendo lo sguardo sparuto di Franca,
sembrava lei la bambina confusa, adesso.
– Oh, insomma disse infine risoluta e va bene! Facciamo una settimana di prova,
ok? Franca annuì, aveva la stessa aria di un cane che scodinzola Però voglio
sapere con precisione i giorni in cui la ragazza verrà  da me. Io posso riceverla
dalle tre. Non prima. Sono impegnata col lavoro e dalle mie cose … e la sera a
casa alle venti. Domenica prossima ti farò sapere se voglio e posso prendermi
l’impegno di fare da baby sitter a una mbona più alta di me! sorrise bonariamente.
Si accordarono su un compenso forfettario per le spese, ma non era quello il
problema che sarebbe potuto sorgere tra loro.

Quella sera da sola nel lettone Flora, ad occhi chiusi, tornò con la mente tutto alle
impressioni che le aveva suscitato Nicòle.
Le forme acerbe, i seni piccoli e di certo duri come il marmo… a questo punto i
suoi pensieri si illanguidirono immaginando il fiore acerbo tra le sue cosce
avrebbe pagato per poterlo almeno annusare, proprio in quel preciso istante, ma
per ora poteva essere solo un sogno.
I suoi pensieri diventarono sempre più lascivi.
Allora le immagini, che in quel momento creava con la fantasia, si confusero con i
ricordi più reali e tangibili del passato. Il volto della giovane si confuse con quello
della madre, quando era giovane e fresca: la rivide mentre abbassava la testa, dai
capelli fluenti e lei che si tuffava sulla sua figa bagnata e intrisa di odori che
sapevano di piacere.
La lingua di Franca affondava in profondità  nel suo fiore. Ricordò tutte le volte in
cui ella stessa aveva ricambiato quell’esasperante frugare con la bocca tra i peli
della vulva fino a scavarne il solco per profanarlo con bramosia.
La figa di Franca nell’eccitazione si confondeva con quella di un ltra, una donna
sconosciuta, dai contorni indefiniti e illuminata dalla luce che le arrivava di spalle,
occultando i lineamenti del suo viso. Ma poco dopo, fresca come rugiada,
appariva l’innocente visione di Nicòle.
Ansando e grondando umori, la donna se ne venne tra le dita, introdotte da
tempo nella sua fessura.

<i>La Fata di Ferro aveva una casa che solo nel mondo delle fiabe era possibile
immaginare.
La giovane principessa si era presentata alla Fata armata solo della sua
innocenza della sua voglia di vivere e dei suoi timori.
Aveva vissuto gli echi del bosco e la forza della paura e il peso dell’indifferenza,
tutto questo si contrapponeva all mbiente fiabesco che ogni volta l’attendeva.
Era stata accolta come la più bella delle principesse.
Le miscele di cacao più esclusive arrivavano da ogni parte del mondo per
confezionare le sue cioccolate, mentre biscotti, marzapane e miele non
mancavano mai all’ora della merenda.
La Fata di Ferro era intransigente: prima di tutto i compiti.
Ma, come per incanto, anche quelle ore, passavano spensierate: era bello
studiare se il premio era un sorriso della fata, faceva del suo meglio per
collezionare buoni voti, pur di non interrompere quel connubio felice.
La Fata di Ferro sembrava la migliore delle amiche.
Bellissima, grande, prosperosa indossava sempre vestiti colorati e sgargianti: un
vero e proprio inno alla gioia.
Aveva mille abiti, tutti troppo corti per nascondere le sue grosse gambe sinuose,
tutti troppo stretti per contenere accuratamente i seni gonfi e tondi o le natiche
prorompenti e morbide, proprio come il sedere di una micia, mollemente ingrossato
dalla gravidanza.
Nella casa della Fata tutto era a sua disposizione e lei non doveva far altro che
essere felice.
L’aiutava nelle sue scelte, condivideva le sue idee, consigliandola di volta in
volta con l sperienza che la donna aveva accumulato negli anni, tanto che Alba
non trovava mai da obiettare ai suoi consigli sussurrati … anzi. Potremmo dire
piuttosto che pendeva dalle sue labbra.
Ma la cosa più importante era che la Fata del Ferro le dava tutta la sua
attenzione, incondizionatamente.
Nulla in quelle ore era più importante della principessa. Il centro dell’universo per
la Fata di Ferro era Alba e tutto ciò che lei diceva era importante, unico e
prezioso.
Quando era in famiglia, provava piacere, ma il mondo delle Fiabe l’attendeva,
ormai quotidianamente, e non vedeva l’ora di poterci ritornare: alla fine del
sentiero tra le buganvillee e gli oleandri colorati e velenosi.
Ogni giorno la principessina si sentiva più grande e più forte, ogni giorno correva
verso nuove esperienze. Celato nel suo cuore di piccola peccatrice aveva anche
un segreto inconfessabile ma sublime: una delle cose che l’attraeva della Fata era
il corpo di lei. Sarebbe rimasta ore a rimirarlo.
Già  quell’unico incantamento sarebbe bastato a rendere quelle visite
improcrastinabili.
Lei era bellissima e per la gioia di Alba molto distratta.
Quando sedevano al tavolino delle ghiottonerie, spesso accavallava le lunghe e
grandi gambe, senza curarsi del camice che si alzava e salendo andava sempre
più su ad ogni movimento della giunonica fata mettendo in mostra le calze …
sempre diverse … sempre di nuovi colori.
Quelle che le piacevano di più erano quelle nere.
Le calze nere sembravano sempre di una misura più piccola, la seta era tesa
sulla pelle, rendendola appetitosa, mentre lo sguardo, ipnotizzato da quella
visione, cercava il punto dove il nero deciso dell’orlo merlettato, liberava con uno
sbuffo lievissimo la carne rosea e chiara della Fata di Ferro.
Anche quando lei si sedeva su un basso puff, sgranocchiando cannellini e
lacrime d’amore, era facile che Alba riuscisse a carpire un mmagine delle sue
mutandine, schiacciate tra le cosce.
La fata si sedeva lì, poi andava e veniva per sfaccendare; lo faceva per non
rubare spazio ad Alba, che da principessa quale era, le aveva riservato il posto
d’onore sul divano.
Ad Alba non dispiaceva nemmeno il suo gironzolare per casa alla ricerca di un
granello di polvere vigliacco o di uno dei tanti oggetti, che in quella casa fatata
avevano la strana tendenza a cadere negli angoli più nascosti.
Da quando aveva scoperto che la fata, per ritrovare gli oggetti, si metteva
carponi mostrandole inavvertitamente il fondoschiena oppure le poppe gloriose,
Alba, pur essendo affettuosa e servizievole, non si offriva mai spontaneamente
come volontaria l cercare ma lasciava che la donna facesse tutto il lavoro da
sola.
La fata aveva infinita pazienza e nulla chiedeva alla sua preziosa ospite.
Per fortuna, tutti i rossori e le vampate peccaminose della giovanetta passavano
inosservati, tant’è che una volta, fattasi coraggio, Alba dal gabinetto chiamò la
fata con una scusa e si fece trovare seduta sul vaso, con le sottili gambe
spalancate e le labbra rosse della vagina dischiuse.
Ma la Fata di Ferro non disse niente e niente notò, chiusa nella sua virginale
indifferenza.
Al contrario la principessa, per la vergogna sopravvenuta dopo l’eccitazione, non
volle tornare da lei per due giorni.
Ma il terzo giorno la fata chiamò e tutto riprese come prima.<i/>

Flora, credeva di impazzire tanto la situazione era diventata insostenibile.
Nonostante le promesse fatte a se stessa e alla madre di Nicòle, la presenza
della ragazza era diventata troppo intrigante e opprimente per lei.

————FINE PARTE 2 continua

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