la fata di ferro. Parte 5

Finalmente libera Nicòle cominciò ad accarezzare la donna, scoprendone prima i seni, poi gli enormi capezzoli scuri ed infine la pancia ed i fianchi.
Flora indossava ancora le mutandine bianche.
Curiosa di provare le dita di Nicòle frugarono sotto l’elastico, fino ad incontrare i
peli scuri della figa gonfia di Flora.
I peletti erano pieni di goccioline; la stessa mutandina della donna era intrisa dei
suoi umori.
Non sapeva se poteva osare, ma lo fece … per provare fin dove si poteva
spingere in quella nuova frontiera della sensualità : con le dita cercò l’orlo e iniziò
a sfilare l’intimo di Flora.
La donna si abbandonò a quel piacere … così la giovane, seguendo il suo corpo
con le dita, ebbe l’occasione di esplorare tutta la sua carne, fino ai piedi nudi e
caldi che tante volte aveva desiderato baciare.
Ora l’enorme Flora era tutta nuda e tutta sua: che piacere inebriante!
La donna matura godeva della passione che lei metteva nello scoprirla.
Come un dono d’amore Nicòle si offrì:
– Prendimi anche tu, Flora, scoprimi, guardami e tocca tutto ciò che desideri di
me, il mio corpo ti appartiene. –
Lei fu bravissima: le sue mani le sfilavano i vestiti scorrendo sulla sua pelle
giovanile e facendola vibrare, languidamente le sfilò le calze strappate facendole
scorre all’infinito, sulle lunghe gambe da gazzella. Poi toccò alla maglietta: anche
sfilarle quella, fu un atto delizioso, lento, eccitante.
Le dita leggere sfioravano i piccoli capezzoli turgidi della giovinetta, che
reagivano autonomamente ad ogni sua singola carezza. Con fare materno sistemò
la biancheria sul cuscino.
In poco tempo anche la ragazza venne completamente spogliata.
Per Nicòle, starle di fronte, era come volare: vedere il corpo di lei, tanto
desiderato, la faceva sentire sospesa in uno stato inebriante mai provato prima.
Appena furono nude, fece si che essi si fondessero in un abbraccio totale, dove
ogni centimetro di pelle veniva a contatto.
Distese sul letto le mani di Flora, immediatamente seguite dalle sue labbra,
iniziarono quel viaggio passionale che mai più si sarebbe cancellato dai ricordi di
Nicòle.
Le mani di Flora sul suo corpo erano come piccole scintille di lava
incandescente. Scivolavano sulla pelle mentre le dita erano seguite dalle labbra
che umide di fiato e di saliva facevano fumare la lava ardente, lasciando su quel
corpo acerbo sensazioni fino allora sconosciute.
Quella scia umida, che evaporava per la febbre dell’amore, le procurava brividi
eccitanti e incontrollabili.
Nicòle era come in trance. Viveva tutto questo, come se si trovasse in un’altra
dimensione. Le sensazioni indescrivibili erano intense, violente, eppure ovattate:
come se la sua mente le vivesse sotto l ffetto della più inebriante delle droghe.
Finalmente dopo il lungo peregrinare le dita della donna raggiunsero la piccola
farfalla, che come fosse appena sorta dal bozzolo, se ne stava immobile e
contrita, in attesa che la natura le insegnasse a schiudersi alla vita.
Ciò che sembrava l’apice insostenibile della goduria, si rivelò solo l nizio del
sentiero del piacere proibito in quell’accoppiamento innaturale.
La mano di Flora si dedicò al gioiellino della giovane Nicòle, carezzandola,
confortandola l’avvertiva di tenersi forte, perchè l’affondo stava per giungere.
Infatti, pochi momenti dopo, la bocca carnosa discese implacabile, affamata di
quel fiore.
La ghermì, violentandone le ali piene di rugiada, spaccandole fino al vertice con
la lingua possente e dura.
La bocca premeva. La lingua penetrava inarrestabile, come un vampiro assetato
di miele. Flora penetrò nel sacello bagnato ed al tempo stesso infuocato dalla
passione.
E cominciò a suggerne il nettare, filtrandolo tra i piccoli peli biondi di Nicòle.
Un suono osceno si sprigionava da quella scena erotica.
La dolcezza aveva lasciato il posto all’ingordigia.
Un fulmine elettrico, dolce, luminoso, squassante, partì dal ventre di Nicòle e
percorrendo ogni suo muscolo più recondito, le raggiunse il cervello, facendola
sobbalzare di piacere.
Un piacere mai provato, sconosciuto perfino nelle notti solitarie in cui da sola si
martoriava la fighetta bramosa.
Flora le stette addosso con la stessa forza di un maschio che vuol possiede la
preda conquistata. Pur senza deflorarla la fece sua ripetutamente, forse in
maniera ancora più veemente, marchiandola per sempre col suo peso e con le
lettere infuocate del suo desiderio incontenibile.
Gli orgasmi di Nicòle iniziarono pochi minuti dopo quelle ondate di carne, che si
squassavano sulla sua riva, con la forza di un fortunale.
Non fu possibile contarli, così come poi non sarebbe stato possibile contare i
giorni di amore e di sesso che avrebbero vissuto in seguito. Tutte quelle passate
insieme, le avrebbero in amanti indivisibili.
Quando Nicòle cercò di ricambiare dirigendo la bocca verso la figa matura e
accogliente della donna, Flora non le permise di raggiungere il suo spacco.
La ragazza si dovette accontentare di poggiarle la guancia sul ventre, cercando
di aspirare, vicinissima all’intimità  della donna tutto l dore che quella figa eccitata
sprigionava.
Poi le accarezzò la mano e dolcemente la indirizzo verso il centro del suo
piacere, le permise di avventurarsi dentro di lei.
Nicòle cominciò a scavare … a rovistare tentò la figa grossa con tutte le dita,
affondando spesso tra il pelo muschiato.
Infilò fino a quattro delle sue dita nel buco rosso della donna e una volta dentro le
arcuava, le uncinava, tirando e spingendo nell’antro lussurioso, fino all splosione
di Flora.
Quando Nicòle capì che la sua istitutrice stava avendo per raggiungere
l’orgasmo, cercò con l’altra mano la sua passera passera e si penetrò a sua volta.
Un orgasmo liquido e sonoro la fece sciogliere come se svenisse in un lago di
piacere.
Per la giovane questa fu la prima vera esperienza sessuale, tutta al femminile.
Essa andava oltre il semplice sesso sfociava nell’emozione: un’emozione che
mai nella sua vita sarebbe stata eguagliata.
Per quanto piacere avrebbe mai assaporato, nessuna successiva relazione
avrebbe retto il paragone con quella prima, indelebile, avventura.
Quel paio d’ore intense e travolgenti restarono impresse nei suoi ricordi ad un
livello di estasi ineguagliabile.

<i>L’estate torrida scaldava i sensi, mentre i corpi seminudi delle due amanti, la
giovane principessa e la fata matura, si mostravano e si avvinghiavano, schiave
dello stesso desiderio.
Anche l’autunno, con la sua dolce pacatezza, invitava i loro corpi a scrutarsi e a
possedersi, approfittando di ogni occasione.
L’inverno freddo le teneva vicine a , pelle contro pelle, sotto un nica coperta
profumata di umori.
A primavera le loro farfalle fiorivano ed erano eccitate più che mai: il momento
migliore per affondare le bocche nel sesso dell’altra, manipolando il bottoncino
rosa, fino a quando dalla corolla, l stroso liquido, intensamente profumato e dolce
come il miele, si decideva a sgorgare tra le labbra vogliose.
E così, mescolandosi l’una nell ltra, in un amalgama di sesso e passione, le donne
passarono le stagioni di quell’amore avvincente e perverso.
Alba cresceva e imparava.
La Fata di Ferro provava un intenso languore, facendole fare una parte
dominante rispetto al possesso del suo corpo maturo.
La principessa oltre ad amarla si divertiva a giocare con lei e a tiranneggiarla.
Spesso la fata non desiderava nulla da lei, ma si accontentava di inginocchiarsi
ai piedi del grosso divano, facendole da serva, come una schiava.
Il suo omaggio servile partiva dai piedi di Alba.
Poi la massaggiava, la leccava fino all’orgasmo, lasciandola riposare sotto il suo
abbraccio materno.
Pian piano le faceva scoprire il piacere in tutte le sue possibili sfumature.
Prima concedette tutto di sè poi iniziò anche ad cercare il gusto del possesso.
Le insegnò tutti i giochi e le furbizie; le permise di usare un fallo, uguale a quello
degli uomini, per controllare come si faceva a penetrare nei fori reconditi di una
donna.
La principessa giocava e sperimentava.
La donna godeva dell’ingenuità  di Alba, ogni giorno più provata, più curiosa, più
smaliziata nella ricerca sfrenata della passione.
La fata prendeva piacere ormai dalla sua discepola. Da tempo le aveva
permesso di leccare i suoi orifizi e di suggere i suoi orgasmi.
Di notte poi la fata, più matura e scaltra nel sesso, da sola nel letto, mentre
ascoltava il frinire delle cicale, si arrovellava cercando nuove perversioni per
poterne godere l’indomani. Non le sembrava vero di poter coronare i suoi sogni
più inconfessabili, servendosi di quel corpo tenero e giovane e di quella mente
fertile e incantata.
L’aveva tenuta vergine fino ad allora, ma un giorno decise di sferrare il suo
incantesimo erotico più potente.
Nel frattempo i genitori della principessa, ignari di quanto accadeva, si
concentravano sulle loro vite.. La regina si fidava ciecamente dell’amicizia che la
legava alla fata. Anche se intuiva che in quella casa di marzapane avvenisse
qualcosa di più che il solo sorbire del tè con i biscotti.
Ma tutto era tranquillo grazie a quel rapporto tanto speciale. L’amica era dolce e
paziente, la principessa veniva su felice e robusta e lei era più libera e spensierata
che mai.
Andava bene così. Indagare sarebbe stato inutile ed anche impegnativo.<i/>
– Aahhh! Ahaaa! sospirava languidamente Nicòle mentre se ne stava china sul
divano.
Le braccia incrociate sotto la testa che veniva schiacciata contro la spalliera ad
ogni pressione.
Le ginocchia a terra, poggiate su un plaid, erano divaricate.
Il culetto le faceva ancora male. Era solo da poco che lo prendeva nel piccolo
buco dell’ano, ma non si sottraeva.
Aveva fatto tanto per convincere Flora a incularla, dopo che lei, la piccola
Nicòle, le martoriava da anni ogni foro con quel membro di gomma, grosso e
spesso, che tanto le piaceva indossare; lo montava come una mutandina, grazie
alla cintura di pelle su cui era innestato poi abusava della sua maestra senza
pietà .
Flora prendeva tutto da lei, senza battere ciglio, ma diventava attenta e severa
quando si trattava di usare il corpo di Nicòle per il suo piacere.

————FINE PARTE 5 continua

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