l’amore che grido

Davanti a questo imbrunire vorrei inventarmi uno spicchio di rosso dentro questa infinita ragnatela di mani che mi stringono nel timore che non rimanesse che niente come se io fossi una nuvola, una dissolvenza, un sogno che all’alba si fa lenzuola e cuscino.
Si distende e s’inchina,
mi bacia e m’accovaccia come una cavalla da monta,
come una cagna che piscia.
E’ lei la femmina, i suoi baci mi lasciano un sapore di olive salate,
di ossi che spolpi e che sputi in faccia a chi per anni m’aveva convinta
che l’amore ha sembianze soltanto di maschio.
La guardo e mi sfamo di tutti quei giorni che sono rimasta a dormire nel letto.
Sapesse mia madre cosa s’annida dentro due tette?
Sapesse davvero che tra due cosce di femmina
c’è un sesso che mi devasta,
più potente di qualsiasi uomo che finora m’ha fatto abbaiare.
Le sue labbra mi cercano incessanti
non si rassegna,
sento la sua lingua che batte come un martello sopra una lama,
che filtra, che ficca dove il pensiero non fa resistenza.
Mi volta, mi lega e m’aggroviglia con i suoi fili di fiato,
con questa sua testardaggine d’affetto e d’ardore di farmi godere.
E godo sopra questo imbrunire,
sopra questa linea invisibile d’accettare le mani,
sulla mia pelle che freme,
che suda, che chiede come se bambina non sapesse cosa c’è in fondo.
Sono questi gli occhi che andavo cercando?
Sono queste le mani, le labbra che mi lasciano il sapore di olive salate?
La lingua si insinua, si fa spazio, crea un buco di fiato ed entra nella mia bocca
Ti amo Marta.
Mi cresce un sospiro che diventa un boato,
un’eco che sbatte, ribatte e prende vigore.
E l’amore che grido è questa saliva abbondante,
è questo fiato che m’allarga i polmoni.
E’ mia nonna che mi prepara pane e olio,
mio nonno con la sua bottiglia di vino che sapeva di sale.
L’amore che grido è la libertà di non avere paura,
quelle preghiere infinite da sola nel letto
E’ mio padre che mai aveva dormito una notte di fuori
mia madre che mai si sarebbe sognata di fare a meno delle mutande.
L’amore che grido erano lunghi sentieri di fratte,
era pioggia e lumache, erano funghi e tele di ragno
suoni di latta l’undici novembre
grida bambine per festeggiare i cornuti.
L’amore che grido è questa donna che mi chiama Giuditta,
che mi inumidisce le orecchie per sentirla più accanto,
per sentire una voce che proviene da dentro,
che mi fa credere bella come mai uno specchio m’ha persuasa davvero.
L’amore che grido è femmina dentro,
è bucata nel mezzo e t’accoglie,
ti fa galleggiare come un feto, un canotto che gonfio e rigonfio
perché non sia mai che mi ritrovi annegata ancora una volta.
L’amore che urlo non piscia all’in piedi,
non alza la zampa se mai fosse un cane,
ma ha latte abbondante che sfama e protegge,
l’amore che urlo è un leggero rossore che colora lenzuola
quando accanto ancora dorme una bimba di pezza.

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